SENSE – il corso di Fotografia che ti serve davvero

Ho deciso di fare una cosa che rimandavo da troppo tempo.

A Settembre apro un piccolo corso di fotografia.

Il nome “Sense” richiama quindi il concetto di senso della vista, ma anche di “dare senso” alle immagini. Non solo tecnica o attrezzatura, ma capacità di osservare, riconoscere la luce, cogliere dettagli, emozioni e istanti che spesso passano inosservati. Tra tutti i sensi umani, la vista è quello che più influenza il nostro modo di ricordare, emozionarci e interpretare il mondo.

Scopo finale: trasformare ciò che vediamo in qualcosa che possa essere percepito anche dagli altri.

Per fare fotografia non basta guardare, occorre saper vedere.

Il corso è piccolo davvero e strutturato in modo totalmente diverso dal solito: non c’è un metro di categorizzazione –non è un corso base, ne avanzato-.

I posti saranno pochissimi, le lezioni teoriche in a casa mia, in un contesto informale dove si parla, si guarda, si esce a fotografare insieme. Niente aula, niente cattedra, niente registro, avrete a disposizione la mia intera biblioteca di autori della fotografia, sfoglieremo i progetti e le collezioni dei grandi fotografi del passato e attuali. Il concetto è quello di aprire le porte e accogliervi nella mia visione romantica di questa arte. Direttamente pensato esclusivamente alle persone con voglia di imparare a guardare meglio quello che hanno intorno.

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Un format totalmente diverso dal solito, più intimo e raccolto, proprio per cercare di arrivare meglio alle persone e compiere la missione che mi sono posto con questo progetto: aiutare a vedere per potersi esprimere con la fotografia.

La domanda che mi sono fatto, prima di decidere, è stata: perché lo faccio? Cosa ho da dare che non si trova già su YouTube o in un libro?

La risposta onesta è questa: anni di fotografia mi hanno insegnato che quando una foto non viene o non ci piace, raramente è per un fattore tecnico. Non è il diaframma sbagliato, non è la messa a fuoco mancata. Le persone (me compreso in certi periodi) non sanno cosa stanno cercando quando alzano la macchina fotografica. E quasi sempre il finale è lo stesso: non piace la foto. Ma quello che non si fa mai è soffermarsi sul perchè non ci piace, e puntualmente si guarda la camera, i parametri usati, si pensa sia troppo scura o i colori poco vividi e cosi via…. ma difficilmente ci si sofferma ad osservare il soggetto, che sia un fiore o un porticato, e praticamente mai ci si interroga su cosa avrebbe potuto rendere quella fotografia più comunicativa.

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Eh si ho detto bene “comunicativa“, perchè una foto, una banalissima foto può esprimere molto e può dare altrettanto allo Specator (l’osservatore finale, cioè chi guarda la fotografia). Ma come per una qualsiasi forma d’arte, una fotografia va previsualizzata, scattata e pensata.

Io ci ho messo anni ad esercitarmi. E ho capito che quel passaggio, dall’occhio distratto all’occhio attento, non si impara su un manuale. Si impara guardando le fotografie di chi lo ha già fatto prima di te, assimilando stili di comunicazione, punti di vista per osservare quello che ci circonda e poi uscendo fuori a provare.


La fotografia mi ha sempre affascinato, ma non solo per la sua capacità di fermare il tempo, sopratutto proprio per il fatto di poter comporre scene, figure astratte, rubare espressioni o gesti, tutte cose necessarie per descrivere quello che vedo.

Ma non tutti i momenti vengono raccontati allo stesso modo. Due persone nella stessa piazza, nello stesso istante, con la stessa macchina fotografica, tornano a casa con immagini completamente diverse. La differenza non sta nell’attrezzatura. Sta in quello che hanno visto e in come hanno scelto di raccontarlo.

Un occhio allenato sa aspettare, sa trovare la geometria nascosta in una scena caotica. Sa che quella signora seduta sulla panchina, con quell’ombra che le taglia il viso a metà, racconta qualcosa che mille parole non direbbero. E sa che quel momento dura tre secondi, dopo è già un’altra cosa.

Questo si può imparare. Non in modo meccanico, non seguendo regole. Ma allenando lo sguardo, lentamente, con curiosità e un po’ di gioco.

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Il corso che ho costruito parte da qui.

Niente tecnica. Niente diaframmi, niente ISO, niente istogrammi da nerd. Lavoriamo direttamente con le fotografie dei grandi autori: Vivian Maier, Franco Fontana, Garry Winogrand, Gabriele Basilico, Saul Leiter, solo per citarne alcuni, e invece di chiederci come le hanno fatte, ci chiediamo cosa stavano guardando, analizziamo cosa ha portato a scattare quella foto, ma sopratutto a sceglierla poi cercando di apprendere il modo in cui interpretavano il mondo che avevano davanti.


Una lezione teorica davanti ai libri e alla tv a studiare ma poi usciamo ad esercitarci. Subito, una lezione di studio e un uscita pratica. A Vimercate, che è la mia città e sarà il nostro terreno di gioco. Non andremo a caso, avrete piccole sfide pratiche a scelta da conseguire, per esercitarvi di volta in volta con alcuni elementi visivi. Sarà divertente e stimolante, e si sperimenteranno anche fondamenti di tecnica per cercare di far lavorare la creatività!

Sono quattro lezioni e quattro uscite. Alla fine costruiremo isieme un libro fotografico collettivo sulla città: le immagini di tutti i partecipanti, ognuna con il suo sguardo, tutte a raccontare lo stesso posto da angolazioni diverse.

Si parte a Settembre, belli riposati e carichi per iniziare nuovi progetti! I posti sono pochi, volutamente. Voglio che sia una cosa vera, non una classe. Un gruppo di persone che per due mesi impara a guardare insieme.


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